Centro Studi Gianni Rodari - Orvieto

|Il segreto di Rodari apparteneva ai bambini|
                            


“Il segreto di Rodari apparteneva ai bambini”

            Articolo di Adolfo Chiesa sul «Paese Sera», nel primo anniversario della morte
            di Rodari, in cui parla della nostra esperienza con lo scrittore.

 

HO SEMPRE pensato che Gianni Rodari conservasse dentro di sé un segreto che si è portato via senza svelarlo a nessuno. Forse anche la sua malattia, la sua sofferenza, la fine improvvisa fanno parte di questo segreto, di questo uomo piccolo e grandissimo che è passato fra noi e il cui mistero è ancora da scoprire.

Vidi Rodari l'ultima volta pochi giorni prima che entrasse in clinica dove sarebbe morto in seguito a un'operazione, un anno fa. Abitavamo vicini, ero salito a casa sua per salutarlo. C'erano altre persone, altri amici. Il più vitale, il più allegro, lì dentro era lui, alla vigilia della morte. Ricordo che a un certo punto mi stava mostrando un suo libro, l'edizione francese della «Grammatica della fantasia», e a me venne spontaneo di guardarlo fisso negli occhi. Con molte persone (e Gianni era una di queste) è difficile, se non impossibile, fare certi discorsi con le parole. Si parla, si comunica con uno sguardo. E quell'occhiata che ci scambiammo io e lui, poco più di un anno fa, aveva un significato preciso.

La recente edizione francese della sua «Grammatica», il successo dei suoi libri in tutto il mondo, quel mucchio di traduzioni in dieci lingue della sua opera, tante recensioni lusinghiere che aveva raccolto in Francia e in Germania (per non parlare della fortuna in URSS, dove Rodari è più conosciuto di Dante), tutto questo non bastava a imporre il suo lavoro all'attenzione del «critici coi calzoni lunghi», come lui li chiamava. Credo di avere conosciuto abbastanza bene Rodari per poter dire che questo silenzio lo amareggiava e lo feriva.

Forse perché non faceva parte di nessun clan, forse perché era comunista militante, o forse — assai più probabilmente — perché non è facile capire i suoi libri, tanto sono fuori di ogni schema, di ogni punto tradizionale di riferimento, il destino di Rodari, finché fu in vita, fu quello di essere dimenticato dalla critica. Come se essere «scrittore per bambini», parlare ai ragazzi, scrivere e lavorare per loro, fosse da considerare un impegno di second'ordine di cui non meritava occuparsi. Come se non gli si volesse perdonare il fatto di essere uno degli scrittori più letti e venduti in Italia (la tiratura dei suoi libri è sempre stata altissima. Supera di cento, di mille volte quella dei libri di tutti i critici letterari italiani messi assieme).

 

Quando morì Collodi...

Un giorno Gianni mi raccontò che quando morì Collodi, alla fine del secolo scorso, molti giornali ignorarono addirittura l'evento. «La Nazione» di Firenze, invece, pubblicò piccolissima la notizia, su una colonna. Ma nel testo Collodi era ricordato come autore di «Minuzzolo», mentre si ignorò completamente che era anche l'autore delle «Avventure di Pinocchio».

Cosi andava il mondo fino a meno d'un secolo fa e così ha continuato a camminare (o quasi) fino a tre anni or sono, quando Rodari pubblicò uno dei suoi libri densi, «C'era due volte il barone Lamberto», senza che la maggior parte della stampa italiana ne facesse parola. Eppure Rodari aveva lavorato a lungo a questo libro ricco di allegorie e di significati: una storia piena di ottimismo che lo riportava con la fantasia alla sua terra, la zona del Varesotto e del lago Maggiore (lì era nato nel 1920, figlio di un modesto panettiere... Ma non rifaremo la sua storia, non racconteremo come Rodari fu maestro di scuola, istitutore, partigiano, giornalista, prima all’Unità, poi a «Paese Sera», dal 1958 al giorno della sua morte...).

Ma se i critici coi calzoni lunghi non capirono troppo, o per niente, Rodari e i suoi testi insoliti, molto lo amarono e lo amano ancora i bambini, la sua grande tribù di lettori, le migliaia e migliaia di ragazzi delle scuole di tutta Italia con i quali lo scrittore ha dialogato di persona, assieme ai quali ha discusso, ha giocato, si è divertito.

In questi giorni è uscito un opuscolo commovente. Una trentina di pagine ciclostilate, tenute assieme da un bello scotch rosso, autori i ragazzi della classe VA dell'Istituto Fratelli Maristi di Giugliano, in provincia di Napoli. L'opuscolo è intitolato «Una favola di pace» e racconta una visita di tre giorni che Rodari fece in quella scuola nel dicembre del 1979. I bambini descrivono la loro gioia di avere lo scrittore lì, raccontano le loro emozioni, il loro lavoro.

Assieme a quei ragazzi Rodari approfondì e studiò tutti i meccanismi della paura, aiutandoli a liberarsi attraverso una serie di esempi concreti da ogni condizionamento inibitorio. E assieme, Gianni e i ragazzi di Giugliano, costruirono il «mostro delle paure» formato da tante scatole di cartone in ognuna delle quali ciascun ragazzo depositò le sue ansie. Poi il grande mostro fu bruciato, esorcizzato, durante una cerimonia nel corso della quale tutti assieme intonarono una canzone: «Noi siamo piccoli ma cresceremo / è allora i mostri distruggeremo / e in santa pace noi dormiremo».

«A me Gianni Rodari è stato molto simpatico e il primo giorno me lo sognai — scrive Angelo, uno del ragazzi di Giugliano. Il terzo giorno volevo che non se andasse. Io volevo che quei tre giorni non passassero mai». «Durante le lezioni pensavo sempre a lui e dicevo dentro di me: quando arriva?», è Massimo a scrivere. «Io e i miei compagni volevamo far passare le ore intere in un minuto fino al momento più bello e piacevole di vedere Gianni con noi», scrive Raffaele.

Poi arriva a Giugliano la notizia della sua morte. I ragazzi non vogliono crederci. Scrive Mimmo: «Gianni era un uomo che ha dedicato tutta la sua vita ai bambini. E io gli vorrei dedicare questa favola: "Gianni Rodari in Paradiso" e vorrei che tutto il mondo sapesse quanto ci è caro. Sapeva capire noi bambini e ci amava... Credo che né nel mondo né in tutto l'Universo ci sia un uomo come lui».

 

Caro Rodari, forse questo ragazzo esagera, ma è grande il vuoto che la tua morte ha lasciato fra noi. Da quando non ci sei più, ci sentiamo più poveri. Anche se sei rimasto, in un certo senso, «dentro di noi» con il tuo mistero, il segreto che ti sei portato via.

Quale fosse questo segreto me lo sono chiesto tante volte, specie quando tu di improvviso ti estraniavi e guardavi lontano, sembravi non ascoltare più, non esserci. Chissà dov'eri in quei momenti. Forse pensavi a qualche poesia, limavi un verso, creavi un racconto, forse chissà parlavi in tedesco dentro di te.

In fondo, come capita a tutti i grandi poeti, il mondo esterno di interessava fino a un certo punto. Inseguivi con tenacia, con rabbia, quasi, il tuo discorso interno, che era quello della ricerca intensa, del lavoro, del rispetto concreto, assoluto degli altri (così, in tanti anni, non mi è mai capitato di sentirti dare un giudizio malevolo su una persona). Inseguivi il discorso dell'estro, della libertà, dell'onestà profonda. E soffrivi se non riuscivi a realizzarlo, mentre eri felice quando i bambini ti stavano intorno e scatenavi la tua grande fantasia assieme a loro, assieme a loro tornavi bambino.

 

Caro Gianni, vedrai che...

Forse questa è una parte, solo una parte del tuo segreto, la febbrile ricerca della realizzazione, l'ansia di essere «felice» con gli altri (e gli altri sono quasi sempre i bambini). La felicità tuttavia non appartiene ai veri poeti... Ma questo sarebbe un discorso lungo e difficile.

Caro Gianni, a un anno dalla tua morte, ora ti stanno «scoprendo». Dappertutto si organizzano nel tuo nome dibattiti, incontri, spettacoli, mentre giornali e rotocalchi parlano di te, dei tuoi libri. Vedrai che fra dieci o vent'anni anche i critici coi calzoni lunghi cominceranno a leggere la tua opera. Spero di ritrovarti da qualche parte per farci una risata assieme.

                                                                                                                                                                                            Adolfo Chiesa

   


                «La speranza e l'erba voglio, secondo me, crescono dappertutto, 
             ai bordi delle strade, nei vasi, sui balconi, sui cappelli della gente: 
             basta allungare la mano e volere e il mondo diventerà più abitabile».

STORIA UNIVERSALE

In principio la terra era tutta sbagliata,
renderla più abitabile fu una bella faticata.
Per passare i fiumi non c'erano i ponti.
Non c'erano sentieri per salire sui monti.
Ti volevi sedere? Neanche l'ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno? Non esisteva il letto.
Per non pungersi i piedi, né scarpe né stivali.
Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali.
Per fare una partita non c'erano palloni;
mancava la pentola e il fuoco per cuocere i maccheroni,
anzi a guardar bene mancava anche la pasta.
Non c'era nulla di niente. Zero via zero, e basta.
C'erano solo gli uomini con due braccia per lavorare,
e agli errori più grossi si poté rimediare.
Da correggere però ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le mani, c'è lavoro per tutti quanti».
  
(da Favole al telefono)

Ciao a tutti
Gianni Rodari

    

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