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Il formato giusto
La collana Einaudi Tantibambini
di Pino Boero
Nel marzo del '72 comparvero in libreria i primi quattro volumetti di «Tanti-bambini» e il fatto non destò particolare clamore critico, anche se fin dall'inizio la collana avrebbe potuto suscitare interesse per diversi motivi: anzitutto il programma d'apertura, quindi la veste editoriale e la coerenza fra dichiarazioni e scelta dei testi. In «Tantibambini» - scriveva Munari, direttore della collana - troveranno ospitalità «fiabe e storie semplici, senza fate e senza streghe, senza castelli lussuosissimi e principi bellissimi, senza maghi misteriosi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze».
Dichiarazioni non convenzionali, dunque, congruenti, peraltro, alla scelta di un formato inusuale (cm. 23x24), vicino a quello degli albi economici che negli anni Cinquanta avevano caratterizzato molta produzione per bambini, dalla «Rosa d'Oro» dell'editore Gino Conte a «Nel regno delle fiabe» della C.E.L.I. di Bologna; gli albi di Munari non dovevano superare le 32 pagine con una copertina, che, facendo già parte del testo, era in carta abbastanza consistente come tutto il fascicolo.
Il prezzo variava a seconda delle pagine dalle 300 alle 500 lire ed era piuttosto basso se si pensa che la forbice andava dalle 2000 lire di un volumetto rilegato di poesie per bambini (esempio Amato topino caro di Toti Scialoja edito da Bompiani nel '71) alle 4500 di un romanzo come Titina F5 di Carlo Brizzolara edito nel '72 da Einaudi nella collana «Libri per ragazzi».
L'attenzione al prezzo non è dettata da intenti ragionieristici, ma nasce anche dall'esigenza di rendersi conto del motivo per cui la collana non ebbe - come si dirà tra poco - il successo commerciale che meritava e chiuse sei anni dopo la nascita.
L'originalità del progetto editoriale di Munari, comunque, emerge fin dai primi tredici titoli usciti nel '72 che incrociano con simpatica intelligenza testi e illustrazioni: la prima storia, L'uccellino Tic Tac di E. Poi (Munari stesso, visto l'improbabile e scherzosa nota biografica «di origine norvegese, ma nato in Italia da madre oriunda e padre indigeno, vive con la sorella belga al confine tra Portogallo e l'Australia...») con un lupo che è costretto ad accontentarsi di «una bella merenda» preparata da una vecchina, trova un illustratore ideale in Emanuele Luzzati il cui segno colorato accompagna un testo inusuale e anticonformistico; analogamente i Rodari di Gli affari del signor Gatto e di Il palazzo di gelato e altre otto favole al telefono (di Rodari «Tantibambini» pubblicherà nel '73 anche I viaggi di Giovannino Perdigiorno illustrati da Florenzio Corona con tecnica mista disegno - foto a ritaglio) vanno in direzioni nuove e inattese: il primo, affidandosi a Enrica Agostinelli, costruisce una trama di suggestioni e di rimandi capaci di muoversi dal semplice descrittivismo alle suggestioni della fiaba; il secondo, consegnando ai lettori le fotografie che Alberto Munari scattò a sua figlia, piccola lettrice di Rodari.
E così non è un caso che i nonsense di Lear (testi ovviamente agli antipodi di tanta leziosa poesia per l'infanzia) trovino spazio figurativo nelle suggestioni «inglesi» di Luciana Roselli, mentre testo e illustrazioni di Iris Colombo consegnino al lettore una progettazione testuale e grafica vicina a quella dello stesso Munari, che fin dall'inizio della collana sembra, fra l'altro, mostrare particolare predilezione a livello tematico per la leggerezza del volo (oltre all'uccellino Tic Tac e ad Iris Colombo, negli anni successivi incontriamo un simpatico merlo in Dai Dai vola vola di Aoi Kono; uccelli «morbidi di gommapiuma» in Un paese di plastica di Poi con illustrazioni di Ettore Maiotti che richiamano - come quelle di Paolo Caielli in L'albero in affitto - i lavori di Iela ed Enzo Mari; uccelli giovani e vecchi in A ognuno la sua casa di Silvana Maiotti; una mucca volante nel coloratissimo albo La mucca curiosa di Jaime Cluet Vera; Il furbo colibrì di Munari e la tribù di uccelli in Il messaggio nascosto di Janet e Livio Marzot).
E così nei volumetti del primo anno è un susseguirsi di differenze, un accumularsi di diversità: abbastanza tradizionali le illustrazioni di Letizia Galli per un testo come Quand'ero un bebè di Celestino Luftberg; bellissime le foto in bianco e nero di Mario De Biasi dedicate a Mamme favole e bambini, che costituiscono un viaggio figurativo fra madri, figli (e fiabe popolari) di diversi continenti; stimolante l'invito a colorare anche fuori dai contorni di Un libro da colorare di Tino e Milli Gandini; suggestivo il bruno «antico» delle tavole di André François a Il piccolo marroncini di Isobe Harris, storia di un bambino di città che scopre la campagna, pubblicata nel '49 negli Stati Uniti; imprevedibile il racconto della classe elementare di Nibionno, I fratellini, scandito dalla riproduzione dei fotogrammi di un piccolo film realizzato dai bambini; ovviamente controcorrente i giochi di parole di Alfabetiere dello stesso Munari, sicuramente collocabili in quell'era che Carmine De Luca definisce il gioco con la rima (e non è neppure un caso che l'albo n° 37 sia dedicato ai giochi fonetici e allitterativi di Toti Scialoja in La zanzara senza zeta); sempre di Munari risultano, infine, straordinari per la genialità dell'idea e delle stesse soluzioni grafiche e coloristiche - non a caso sono ripubblicati fino ad oggi nello «Scaffale d'oro» di Einaudi Ragazzi - Cappuccetto verde e Cappuccetto giallo, cui segue nel '75 Cappuccetto blu di Enrica Agostinelli.
Con il '72 l’impostazione della collana è già definita e a Bruno Munari non resta che proseguire sulla stessa strada con quell'intelligenza creativa che lo distingue e che non diventa routine neppure negli altri testi della collana che portano la sua firma, dal celeberrimo Rose nell'insalata, geniale sistema di timbri vegetali, a L'esempio dei grandi illustrato da Florenzio Corona con la tecnica usata per I viaggi di Giovanni Perdigiorno di Rodari; da (a firma E. Poi) Dove andiamo? con illustrazioni di Mari Carmen Diaz a Pantera nera riccamente illustrata da Franca Capalbi.
Certamente tutti gli albi della collana non sono dello stesso livello, in alcuni il tema (Munari punta molto sul contrasto città-campagna con annesse speculazione edilizia e inquinamento) prevale ed allora i risultati non possiedono quella leggerezza che caratterizza la collana: in Teodoro Sisisì di Gabriella Verna e in Joe Virus di Coca Frigerio, ad esempio, il carattere umoristico-grottesco delle illustrazioni non salva da quel moralismo, che, anche se di segno progressista, appartiene alla tradizionale letteratura per l'infanzia (un caso opposto e positivo è quello di Vogliamo un tram, illustrato da Emilio Massaro, in cui l'autore, Roberto Denti non rinuncia agli ideali di partecipazione civile e amicizia, ma li colloca in un contesto chiaro, aperto e gradevole).
Fra gli altri titoli usciti alcuni meritano una segnalazione particolare: Giochi dì prestigio in cui Elve Fortis de Hieronymis si conferma magico prestigiatore delle carte da ritagliare senza per questo dimenticare la dimensione della lettura; Un salto di mille metri in cui lo sfondo azzurro e verde delle illustrazioni di Gianni Scaccabarozzi esalta la gradevole storia di Angela Galli Dossena sull'incontro fra una cavalletta e un elicottero; i bei progetti grafici di Pino Tovaglia e Pietro Spica, Giuseppe verde giallo rosso e blu e Coloriamo le nuvole, veri inviti a riempire i bianchi di colore; le due storie di Megi Pepeu, Un amico e Giovanna del circo, che al di là delle illustrazioni dell'autrice, possiedono forza propria e bella vitalità; Il teatro delle ore di Ferdinando Albertazzi movimentato dalle illustrazioni di Amerigo Carella; Come il cane diventò amico dell'uomo di un provocatorio Luigi Malerba cui ben si addice l'ironico segno di Adriano Zannino; il precoce horror per l'infanzia di Vittorio Bini creatore di I mostri; i simpaticissimi I tarocchi col porcello di Cristina Lastrego e Francesco Testa cui si devono anche le illustrazioni di Nochenò di Nico Orengo...
Insomma questa gamma di temi, stili, soluzioni grafico-pittoriche potrebbe essere sintetizzata nei 4 albi scritti da Ibi Lepscky: Voglio una mela blu, Voglio comperare una tazza gialla con una ochetta blu, Il vestito del buon Dio, Una nuvola che ride che, al di là delle storie delicate e profonde, ospitano tre tipi diversi di illustrazione, quelle «infantili-fantasiose» di Luciana Roselli, quelle di forte impatto scenografico di Luzzati, quelle tenuissime della stessa Lepscky... Davvero si può dire che lucidità di programma e scarto inventivo, razionalità e fantasia trovino in «Tanti-bambini» inedita possibilità di sintesi...
Ma qui ci fermiamo perché bisogna, purtroppo, riprendere il discorso editoriale: all'inizio si è detto che il prezzo di copertina era piuttosto basso e che tale restò fino al '75 con alcune punte di 600 lire; dal gennaio '76 i volumi cominciarono a costare 1.000 e 2.000 lire per arrivare a 3.000 in qualche fascicolo del '78. Un rialzo forse eccessivo, dettato probabilmente da una vendita che non aveva compensato con la quantità il basso prezzo; un rialzo destinato, però, a incidere ancora di più sulle vendite, visto che in quegli anni l'editoria per bambini cominciava a muoversi con capacità di innovazione (e di concorrenza anche nella fascia di utenza comune a «Tantibambini») notevoli, dai «libri coi buchi» della Coccinella di Loredana Farina agli albi della NIEP di Nicoletta Codignola.
Quale fu probabilmente l'errore di fondo, che minò fin dall'inizio il progetto munariano? Fu - ritengo - un errore commerciale legato alla distribuzione: «Tantibambini» avrebbe probabilmente trovato nelle cartolibrerie un terreno propizio grazie al basso prezzo e a tutti quegli elementi di visibilità (grandi illustrazioni, colori) che rendevano proprio la cartolibreria luogo di vendita diffuso, capillare per ciò che difficilmente trovava spazio sul banco dei librai.
Voglio dire che «Tantibambini» avrebbe potuto portare nello stagno delle cartolibrerie un'onda di rinnovamento, giovando a se stessa e a quei giovani lettori (la maggioranza), scarsi frequentatori di librerie e assidui acquirenti (quaderni, fogli, penne, colori) nelle cartolibrerie dei quartieri; purtroppo la distribuzione in cartolibreria richiedeva una rete di vendita che Einaudi per tradizione non aveva coltivato o avrebbe richiesto, comunque, un impegno diversificato allora impensabile.
Fu un momento malinconico quello della sparizione di «Tantibambini», che divennero - e restano - oggetto di culto e di collezione; fu un momento - almeno per me - pari solo in rammarico alla fine della «Biblioteca di lavoro» diretta da Mario Lodi e pubblicata da Luciano Manzuoli.
E non è un caso, forse, che entrambe fossero nate nel '72 (anno in cui Gianni Rodari è a Reggio Emila per i suoi Incontri con la Fantastica, nucleo di Grammatica della fantasia e Antonio Faeti pubblica da Einaudi il rivoluzionario Guardare le figure), all'inizio di una stagione in cui le speranze di cambiamento avevano ancora quei caratteri di generosità e di utopia che a venticinque anni di distanza - se mi guardo intorno - non posso far a meno di ricordare con un po’ di nostalgia. |